AGOGE 006. CAPITOLO FINALE

17 AGOSTO 2017. ISLE OF SKYE, SCOZIA. ULTIMA FRONTIERA.

Le voci dei Krypteia ci hanno svegliato senza particolare delicatezza o mezze misure: avevamo 5 minuti per alzarci, vestirci e smobilitare il bivacco per essere pronti a muovere.

Era ancora notte fonda, non avevo idea di quanto avevamo dormito, forse 2 o 3 ore.

Per fortuna che il mio background professionale mi ha dato l’esperienza per far si che, appena sveglio, il mio cervello avesse la sufficiente reattività. Di conseguenza i miei pensieri sono subito andati a quanto preparato la sera prima.

Ho approfittato dei 5 minuti per cercare di sistemare i piedi con i cerotti compeed e ho messo delle calze pulite ed asciutte. Ho ricavato dalla calzamaglia tecnica che avevo ancora a disposizione nello zaino, un paio di mutandoni lunghi al ginocchio, tagliandola con il coltello, in modo da ridurre al minimo lo sfregamento fra le cosce.

Ormai ero vittima di una grave irritazione prossima alla scarnificazione. Un problema che si stava sempre più espandendo, rendedo ogni passo sempre più doloroso da fare. Ho svolto ovviamente tutto questo sotto il telo del bivacco, in mezzo agli altri ragazzi che a loro volta cercavano di prepararsi in fretta.

Purtroppo il tempo non ci è stato sufficiente per fare tutto, e ogni minuto di ritardo che accumulavamo lo percepivamo già convertito in punizione.

Ci hanno portato in un campo.

A giudicare da quello che potevamo notare a terra, era un appezzamento dove pecore e altri animali erano soliti pascolare (come lo sapevo? dalla quantità di escrementi presenti a terra).

I minuti di ritardo accumulati si sono trasformati in una sessione di un’ora circa di attività fisica: OH squat con lo zaino, burpees con lo zaino e senza, plank e chi più ne ha, più ne metta. La parte peggiore è stata strisciare avanti e indietro per il campo, trascinandoci con un braccio lo zaino, con la testa ben china al suolo, potendo cosi assaporare i “regali” dei vari animali passati di li prima di noi.

Dopo un’ora di questa attività, ci hanno diviso in due gruppi.

Il gruppo di cui facevo parte si allontana con JDS, correndo lungo una strada che si allontanava dalla spiaggia. Ogni tanto ci dava ordine di fermarci per alternare sessioni di burpees con lo zaino ad altri esercizi fisici, come il carrying di rocce pesantissime, per tempo e distanza impietosamente indefinibili.

In quel frangente ho avuto anche la sfortuna di prendere per primo la roccia visibilmente più grande, quindi anche più pesante. Si è trasformata presto in un vero supplizio. Non ce la facevo più, non riuscivo a trovare un modo per trasportarla, mi stava distruggendo. Le braccia si aprivano meccanicamente dal peso, ero diventato l’ultimo della fila e ho dovuto fare sforzi allucinanti per restare attaccato a chi mi precedeva.

È stata la prima volta in cui, dal dolore e dalla fatica, lottavo per non far scendere le lacrime.

Dopo tutta questa attività, siamo rientrati alla spiaggia, dove abbiamo potuto notare che l’altro team stava finendo di riempire il barile con acqua di mare..

Come?

Stavano scendendo dalla scogliera fino alla spiaggia, muniti dei sacchi resistenti da 50 galloni, per riempirli e successivamente trasportarli su per la salita per riempire il barile. Appena hanno finito di riempirlo, hanno ordinato al nostro gruppo di svuotarlo.

In quel frangente l’altro team è partito per la corsa e per la sessione di attività fisica che noi avevamo appena concluso, mentre a noi in quel momento è toccato provvedere al riempimento del barile. Abbiamo cominciato quindi una staffetta di saliscendi, con i sacchi pieni d’acqua, che hanno visto anche noi riempire i 200 lt del barile. Questa volta però lo stesso è stato sigillato con un tappo a martellate. Poi ci hanno spiegato che dovevamo trasportarlo, facendolo rotolare fino alla distilleria di destinazione, ma che per nessun motivo avrebbe potuto subire danni durante il percorso, pena il fallimento dell’intero evento per tutti.

Abbiamo preso il materiale a disposizione e abbiamo cercato il modo migliore per imballare e proteggere il barile, sfruttando la fettuccia climb-spec e tutti i rotoli di nastro telato a disposizione, siamo riusciti a improvvisare una specie di guaina protettiva esterna.

Data la situazione, abbiamo deciso di dividerci in due team: uno demandato al trasporto della struttura in legno con sopra il materiale comune, l’altro team, invece, si sarebbe occupato di spingere il barile lungo la strada.

È cominciato cosi il lungo cammino verso la distilleria, con kilometri e kilometri di strada collinare a far rotolare, o frenare, il barile pieno d’acqua, che ormai aveva raggiunto un peso approssimativo di 350/400 kg. Il tempo stringeva e il barile andava consegnato entro una certa ora del mattino. Abbiamo continuato ad alternare le squadre in modo da ottimizzare gli sforzi e le relative energie per tutti.

Siamo riusciti ad imporci una buona andatura e un buon ritmo, ma ad un certo punto del tragitto, è capitato ció che non doveva assolutamente accadere:

un cattivo controllo del barile durante una discesa, ha causato una tragica e rocambolesca uscita di strada, che ha letteralmente visto volare in un torrente il nostro “trasporto”.

Attimi in cui il sangue ci si era congelato nelle vene.

Nessuno aveva il coraggio di guardare il risultato di quanto successo.

Per fortuna abbiamo potuto realizzare che il barile era rimasto intatto nonostante l’impatto, quindi di gran carriera ci siamo precipitati tutti dentro al torrente e, con tutte le forze che ci restavano ancora in corpo, siamo riusciti a issarlo e riportarlo sulla strada.

La nostra marcia e la nostra missione fortunatamente poteva continuare.

Era mattina inoltrata quando abbiamo raggiunto finalmente la civiltà, e siamo finalmente arrivati alla tanto agognata distilleria “TALISKER”.

Ci hanno fatto schierare di nuovo in riga sulla spiaggia… ecco… il pensiero era solo uno: ci aspettava ancora acqua, ancora burpees, ancora sofferenza… e… INVECE NO.. ci aspettava finalmete solo la gloria e la gioia di aver compiuto questa impresa, insieme!

ERA FINITA!

A quel punto ho cercato solo un posto dove sedermi. Ormai il corpo era allo stremo e ogni passo in più sembrava impossibile da fare. Le irritazioni e i piedi mi stavano uccidendo dal dolore.

Ho recuperato il cellualre dalla custodia waterproof per chiamare Carlo e Graziano, ma mi accorgo che il telefono non aveva segnale, quando, senza alcun preavviso, magicamente arrivano in auto a prendermi!

In quel momento mi sono spento. Finalmente sapevo che una doccia calda, un pasto vero e un letto mi avrebbero accolto a breve.. grazie a loro, i miei inseparabili compagni. Insieme all’inizio, insieme alla fine.

La quiete dopo la tempesta.

FINE.