AGOGE 006. TERZA PARTE

16 AGOSTO 2017. ISLE OF SKYE, SCOZIA. ULTIMA FRONTIERA.

Al nostro risveglio ci hanno spiegato una tecnica per come accendere un fuoco. Quei 100 minuti o poco più di dormita, erano stati provvidenziali per recuperare un po’ di energia. Ma c’era un problema peggiore: non sono serviti ad asciugare i vestiti, quindi ci siamo ritrovati ancora inesorabilmente bagnati.

Io personalmente ho dormito infilato nell’emergency bivvy bag, con i vestiti bagnati, nella speranza di riuscire a scaldarli e di conseguenza farli asciugare con il calore corporeo, ma come detto, il risultato al risveglio non è stato dei migliori.

Siamo stati suddivisi in 3 gruppi.

Ci è stato richiesto di accendere un fuoco con il materiale che avevamo a disposizione e con la tecnica che ci avevano appena spiegato. Se ci fossimo riusciti, questo ci avrebbe dato il diritto di avere dei minuti per prepararci e fare colazione. Fortunatamente, grazie al lavoro di squadra, siamo riusciti nell’intento. Ogni momento buono per mangiare qualcosa, scaldarsi o riposare è ASSOLUTAMENTE FONDAMENTALE in questi eventi.

Inizia ufficialmente il secondo giorno.

Ci comunicarono il task successivo: le cifre delle nuove coordinate da raggiungere le avremmo trovate all’interno di 6 bottigliette di plastica disseminate lungo un percorso collinare, rese visibili da delle chem-light al loro interno. Una volta che fossimo stati in grado di recuperate tutte le cifre, e decifrato le nuove coordinate, ci avrebbero indicato il punto da raggiungere entro un tempo limite.

Completata la ricerca e trovato il punto, abbiamo raggiunto un altro parcheggio, dove ci hanno concesso di costruire una portantina con materiale di fortuna rimediato sul posto, per trasportare in modo più agevole il barile. A quel punto abbiamo deciso di guadagnare tempo prezioso facendo continuare ad avanzare un gruppo con il barile verso il punto deisgnato, lasciando sul posto le restanti persone a ideare e costruire la struttura. Ci avrebbero poi raggiunto sul percorso una volta pronta.

Dopo pochi minuti il secondo gruppo ci ha raggiunti e grazie alla struttura costruita con rami e paracord, riusciamo ad avere un metodo di trasporto più efficace del barile. A quel punto abbiamo deciso di tracciare una scorciatoia per arrivare alla destinazione, pur consapevoli del fatto che ci avrebbe fatto attraversare una distesa d’acqua e che avremmo dovuto affrontare un pezzo di forte pendenza attraverso un piccolo bosco intricato. Data la necessità dell’attraversamento dello specchio d’acqua, ci hanno concesso qualche minuto per prepararci ad affrontare il passaggio. Dopo esserci preparati e organizzati, riusciamo a raggiungere il punto in tempo, nei pressi di una vecchia chiesa diroccata.

I Krypteia ci danno nuovamente modo di riprepararci e sistemarci piedi e scarpe dopo l’avvenuto passaggio in acqua. Purtroppo tanta cortesia era solo uno specchietto per le allodole, dato che poi ci hanno imposto di riprendere il movimento e cercare negli ultimi 2 km del percorso appena ultimato, 10 chem-light lasciate con le cifre delle nuove coordinate da raggiungere, per poi ritornare li. Questo significava solo una cosa: per l’ennesima volta saremmo dovuti entrare in acqua, rendendo tutto il tempo concessoci per sistemarci i piedi completamente inutile.

Ci siamo messi subito alla ricerca degli elementi delle nuove coordinate, ma nonostante l’impegno, siamo riusciti a trovare solamente 8 delle 10 chem-lights con relative cifre delle coordinate.

Abbiamo continuato con ritmo incessante a ricercare le ultime due cifre che mancavano, senza sosta, con le lancette che si muovevano sempre più veloci. Siamo riusciti a trovare la nona chem-light. Ma il tempo era tiranno e ci ha imposto una decisione: raggiungere la posizione in tempo, o andare fuori tempo massimo ma trovare anche l’ultima?

Abbiamo optato per continuare a cercare e trovare anche l’ultima cifra della coordinata. Per incessanti e interminabili minuti abbiamo continuato a battere il percorso fino a trovare anche l’ultima chem-light.

Dopo aver recuperato tutte le cifre delle nuove coordinate, dovevamo velocemente tornare al punto di partenza dove ci stavano aspettando i Krypteia, attraversando per l’ennesima impietosa volta lo specchio d’acqua. Abbiamo cercato di farlo nel minor tempo possibile, nel vano tentativo di limitare i danni, ma sapevamo per certo che l’epilogo non sarebbe stato piacevole. Ogni più nera preveisione non era stata abbastanza pessimistica: Appena siamo tornati dai Krypteia, ci hanno fatto togliere gli zaini e ci hanno fatto schierare in riga dentro l’acqua del Mare del Nord:

La punizione per aver fallito la missione consisteva in 25 burpees in totale immersione in quell’acqua gelida, con il petto che doveva toccare il fondo, eseguiti da tutto il gruppo in modo sincronizzato. Fidatevi, è stato anche peggio di quello che possiate immaginare.

Alla fine di questa devastante sessione di burpees, ci sono state fornite le nuove coordinate. Dovevamo raggiungere molto velocemente la cima di una collina, correndo con il barile attraverso distese composte da una flora di piccoli arbusti e cespugli che arrivavano alle ginocchia, ovviamente in salita, su un terreno simil-paludoso intriso d’acqua (cosa molto particolare in quanto ci trovavamo sui versanti delle colline). Ci hanno imposto ritmi di andatura elevati e incessanti, anche se il patron JDS trovava sempre il tempo di farci fare una foto, sotto una cascata e dentro un torrente di acqua gelida, senza ovviamente abbandonare il barile, perchè si sa, non eravamo già abbastanza bagnati.

Subito dopo abbiamo continuato la nostra folle corsa su e giù per le colline, cercando di raggiungere ogni successivo check-point in tempo, fino a completare la sequenza frenetica di punti da raggiungere. Posso assicurarvi che in alcuni momenti mi sono personalmente trovato a camminare e scalare alcune salite delle colline, gattonando, con la struttura del barile appoggiata sulla schiena e i cespugli a frustarmi la faccia senza poter vedere dove andavo, con l’unica consapevolezza che dovevamo spingere al massimo con tutte le energie che ci erano rimaste per arrivare in tempo.

Siamo riusciti nell’impresa di raggiungere tutti i punti in tempo e JDS ci ha dato alcuni minuti per ricondizionarci e sistemarci, visto che poco dopo saremmo dovuti partire per un percorso collinare, su strada asfaltata, di circa 7.5 miglia.

Dato che abbiamo sprecato troppo tempo per prepararci, per punizione ci hanno imposto di riempire il barile con un litro di acqua ognuno (circa 25 L in tutto).

Al momento di partire, però, JDS ci ha offerto una scelta: trasportare il barile con i 25 L aggiuntivi al pace che volevamo, per poi però successivamente fare 4 ore di attività fisica con lui, oppure togliere i 25 L dal barile, ma andare di corsa ad un pace di 4,5 mph, senza affrontare la sessione successiva di attività fisica.

Dopo un veloce consulto di squadra, abbiamo deciso di optare per la sessione di corsa al pace imposto da lui.

Così è inziata la parte più devastante e sanguinaria dell’intero evento.

Abbiamo cominciato a correre con un ritmo allucinante, spinti dalle grida di JDS e David James Watson. Io e uno sparuto gruppo di persone siamo riusciti a stare con loro due e abbiamo dettato il ritmo di corsa trasportando il barile, mentre il resto è stato lasciato davanti a noi. Eravamo un manipolo di 7/8 persone in tutto, in quanto gli altri fisicamente non riuscivano più a correre, causa piaghe ai piedi e svariate irritazioni/infiammazioni debilitanti (che comunque tutti più o meno avevamo).

A me personalmente bruciava tutto: la pelle delle cosce, i piedi (mai asciutti, probabilmente pieni di vesciche e forse sanguinanti), l’inguine e il fondoschiena, oltre ovviamente alle spalle dato il peso continuamente trasportato. Continuavano a insistere nel ripeterci di correre e ci imponevano il loro ritmo. Davanti a noi c’erano quelli più in difficoltà, che non dovevano farsi assolutamente superare da noi.

Quando venivano superati dal nostro gruppo con il barile, JDS faceva partire un count-down di 60 secondi entro i quali le persone superate dovevano riguadagnare la posizione davanti al team del barile, pena l’esclusione dall’evento, giustificata dall’incapacità fisica di proseguire.

Alcuni cadono.

Altri sono stati esclusi perchè fisicamente non più in grado di continuare.

Abbiamo continuato a stringere i denti nonostante i più svariati dolori e le più svariate ferite, quasi con le lacrime gli occhi dalla sofferenza. Abbiamo continuato a correre.. correre.. e correre.. fino ad arrivare ad una scogliera che dava su una spiaggia, dove finalmente ci fermano.

Fa freddo.

Eravamo devastati dalla fatica e dai dolori. Tira vento in modo impietoso, eravamo bagnati e totalmente esausti.

JDS ci ha fatto i complimenti per non aver mai mollato e aver continuato a spingere, ci ha nominato “team alpha” e ci ha concesso di accamparci, rifocillarci e riposare. Il resto del gruppo, quello che è sempre stato davanti a noi e che non portava il barile, ha passato alcuni momenti con lui, non so cosa abbiano fatto ma dopo un po’ ci hanno raggiunto. Abbiamo ricavato con altri ragazzi un riparo, utilizzando un muretto non molto alto e i nostri tarp. Abbiamo costruito un bivacco di fortuna, dove ci siamo sistemati in 6/7 ragazzi, uno vicino all’altro, per poter stare un po’ più al caldo.

Prima di lasciarmi andare al riposo, ho avuto la lucidità di preparare, per quando mi sarei svegliato, il kit per la cura dei piedi e un cambio per la mattina dopo.

Avrebbe potuto essere la soluzione per sopravvivere all’ultimo giorno.. ma solo il tempo me lo avrebbe saputo dire.

(FINE TERZA PARTE)